201909.02
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GDPR NEWS – Privacy e danno da diffusione mediatica non autorizzata del proprio nominativo (Suprema Corte – Terza Sezione Civile, Ordinanza 13 febbraio 2018, n. 3426)

In tema di trattamento dei dati personali, suscita particolare interesse una recente decisione della Suprema Corte di Cassazione (Ordinanza 13 febbraio 2018, n. 3426), la quale porta ad una notevole attenuazione del carico probatorio in capo al soggetto leso.

Il tutto ha inizio con la diffusione, da parte di due emittenti televisive, del nominativo di un odontoiatra, in associazione con la sede del proprio studio, senza che questo avesse mai prestato il proprio consenso all’utilizzazione del proprio nome.

La vicenda arriva al contenzioso nel quale, sia in primo che secondo grado, si assiste alla condanna delle emittenti televisive al risarcimento del danno nei confronti del professionista, decisione confermata poi anche della Suprema Corte di Cassazione.

Interessante è, però, il principio sancito da quest’ultima, secondo il quale debba essere riconosciuto a tutti i consociati il diritto ad un “intimo desiderio/necessità di riservatezza”, ossia quel valore principale che le norme sulla privacy vorrebbero tutelare.

Singolare è l’approccio con il quale la Corte di Cassazione affronta l’intera vicenda. I ricorrenti lamentavano la mancata applicazione della disciplina ordinaria sulla tutela della privacy, la quale impone che vi sia una puntuale dimostrazione da parte del danneggiato del danno in relazione ad ognuna delle sue componenti. La Corte ha invece ritenuto che l’accertamento della fondatezza della pretesa risarcitoria, non debba passare attraverso la mera mancanza di una condotta da parte del soggetto leso tale da lasciar presumere l’esistenza di un consenso/interesse alla diffusione del proprio nominativo, bensì è necessario partire dal presupposto che tutti i consociati hanno diritto al risarcimento del danno sulla base dell’intimo desiderio/necessità di riservatezza; desiderio/necessità di riservatezza che trova conferma nell’assenza di un comportamento del professionista che lasci supporre un interesse diverso da parte sua.

Bisogna stare attenti a non fraintendere il principio sancito dalla Corte, poiché questo non è fondato sulla base di un fatto negativo, ossia l’assenza di un comportamento che lasci supporre un interesse diverso del soggetto, ma sulla base di un fatto notorio che rientra nella comune esperienza.

Il principio sancito dalla Cassazione non è sicuramente rivoluzionario, ma è comunque di particolare interesse poiché rafforza quanto già affermato in passato, con precedenti decisioni, tutte volte ad alleggerire e facilitare la difesa del soggetto leso così da assicurargli una tutela piena ed effettiva dei relativi interessi. In tal senso vi sono infatti molte pronunce in virtù delle quali si afferma che il danneggiato sia tenuto a provare solo il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, così che il convenuto debba provare solo di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Di seguito i precedenti della Cassazione in materia di risarcibilità dell’illecito trattamento dei dati personali

Non vi è dubbio che in materia di danni causati dall’illecito trattamento dei dati personali la giurisprudenza sia copiosa, soprattutto – per quanto di maggior interesse ai fini del presente commento – con riguardo agli specifici profili probatori.

In particolare, si ricorda quanto affermato recentemente da Cassazione 23.5.2016, n. 10638, in Dir. giust., 2016, secondo cui i danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali in base all’articolo 15, Decreto Legislativo n. 196/2003, sono assoggettati alla disciplina di cui all’articolo 2050 Codice Civile, con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. Del medesimo avviso, tra le altre, si segnalano anche Cassazione, 3.9.2015, n. 17547, in Dejure; Cassazione, 5.9.2014, n. 18812, in Foro it., 2015, I, 153; Cassazione, 26.6.2012, n. 10646, in Giur. it., 2013, 541, con nota di Aina e in Danno e resp., 2013, 399.

(Dott. Giuseppe Lovisi – Studio Legale CNTTV)