Alcune criticità della L.76/2015 (c.d. Legge Cirinnà)

201606.13
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Dal 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge 76 del 2016, la c.d. Legge Cirinnà, che tanto ha fatto discutere negli ultimi mesi.
Come noto, la legge permette alle coppie omosessuali di legarsi in un’unione civile con una dichiarazione all’ufficiale dello stato civile con la quale impegnarsi a prestarsi reciproca assistenza morale e materiale assumendo, sostanzialmente, diritti e doveri analoghi – tolta la possibilità di adottare – a quelli assunti col matrimonio.
Questa previsione è stata certamente la più dibattuta, ma la L. 76/2016, sebbene questo aspetto sia rimasto decisamente più in ombra rispetto alle unioni civili, contiene al capo secondo delle disposizioni destinate a disciplinare le c.d. coppie di fatto, ossia coppie eterosessuali che decidono di convivere senza però unirsi in matrimonio.
Si definiscono conviventi di fatto due persone maggiorenni – di sesso diverso o dello stesso sesso – unite stabilmente da legami affettivi di coppia e dalla volontà di prestarsi reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. Per stabilire la data di inizio della stabile convivenza, la legge fa riferimento alla data in cui entrambi i soggetti collocano nel medesimo indirizzo la comune residenza. La legge indica quali sono gli effetti giuridici di questo stato di fatto: si prevede, tra l’altro, il reciproco diritto di visita e assistenza in ospedale e in carcere (comma 39), la possibilità di successione nel contratto di locazione in caso di decesso del conduttore (comma 44), il riconoscimento quale nucleo familiare per le graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare (comma 45), la parificazione allo status di coniuge superstite in caso di decesso dell’altro convivente per fatto illecito di terzi con conseguente applicazione dei medesimi criteri per il risarcimento del danno (comma 49).
Fin qui non sembrano sollevarsi problemi di particolare rilievo dal punto di vista giuridico, ma se spostiamo l’attenzione sugli eredi dei membri della coppia, si possono ben notare alcune problematiche.
La legge, ad esempio, prevede che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, il convivente di fatto superstite abbia diritto di continuare ad abitare nella stessa casa per un periodo pari alla convivenza per un minimo di due anni e un massimo di cinque (comma 42). Il che significa che, senza che il proprietario abbia mai previsto alcunché, gli eredi legittimi si troverebbero danneggiati da una situazione “di fatto” come, appunto, è la convivenza. La cosa bizzarra di questa previsione è che essa è valida “ex lege”, prescindendo quindi dal consenso prestato in vita dal proprietario defunto. In altre parole, non è possibile sottrarsi a tale obbligo.
Più in generale, le anomalie – anche in ottica costituzionale – della nuova disciplina, sono legate al fatto che, ad eccezione di una limitata estensione alle convivenze di fatto della disciplina in materia di impresa familiare (art. 230-ter c.c.) e alla possibilità di regolare alcuni aspetti del regime patrimoniale mediante il “contratto di convivenza” – che peraltro non può regolare il caso “morte” costituendo quest’ultima un’ipotesi, invece, di risoluzione del contratto – nel caso delle convivenze di fatto non è prevista alcuna forma di tutela previdenziale. Tutela prevista espressamente, invece, con specifica previsione di spesa dai commi 66 e 67 per le unioni civili. Omissione voluta dal legislatore ma che non appare comprensibile appieno soprattutto tenendo conto dell’importanza che potrebbe avere, anche per tali situazioni giuridiche, l’estensione dei principi di cui agli artt. 2 e 3 Cost. e l’applicazione – ad esempio, in analogia al diritto all’assistenza in caso di malattia previsto dai commi 39 e 40 – delle disposizioni dell’art. 33 della L. n. 104/1992 o dell’art. 42 del D.Lgs. n. 151/2001, che troveranno invece applicazione alle unioni civili.
Altro comma assai discutibile è il 65: la legge Cirinnà statuisce, in caso di cessazione della convivenza di fatto, il diritto del convivente a ricevere dall’altro quanto necessario per il suo mantenimento oltre agli alimenti, qualora si trovi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere alle proprie necessità, per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza e nella misura determinata dall’art. 438 c.c. Oltretutto l’obbligo alimentare del convivente viene prima rispetto a quello dei fratelli e delle sorelle. In altre parole i fidanzati conviventi che decidono di lasciarsi si trovano vincolati a obbligazioni di natura patrimoniale simili a quelli derivanti dal matrimonio, con la sola differenza della, non ben precisata in termini quantitativi, temporaneità. Anche in questo caso del resto, non c’è una via di fuga da questa previsione: se vivi una convivenza con legami affettivi, dovrai pagare gli alimenti e il mantenimento alla parte economicamente debole in caso di fine del rapporto.
A fronte di tutto questo è però data la possibilità ai membri della coppia di fatto di disciplinare i propri rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza – che, si ribadisce, non ha valore al momento della morte di uno dei componenti, essendo questa una causa di risoluzione del contratto stesso – che deve essere redatto in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico. Anche la risoluzione del contratto di convivenza avviene nelle medesime forme, col necessario intervento del professionista.
È possibile quindi concludere, in attesa di avere riscontri nella “pratica”, che la disciplina della convivenza di fatto prevista dalla L 76/2016 appare, almeno sulla carta e ad una prima lettura, non del tutto soddisfacente sotto i profili appena evidenziati.

Chiara Vannucci

Studio Legale CNTTV